Confcommercio - Su Pil e occupazione: Confermato scenario di stagnazione. Su Inflazione: dato in linea con le attese.

"Con una crescita leggermente migliore delle nostre previsioni (+0,2% la stima provvisoria contro la previsione di +0,1% congiunturale) si conferma la rappresentazione della condizione dell'economia italiana come stagnante piuttosto che recessiva". Questo il commento dell'Ufficio Studi Confcommercio alla stima del Pil nel primo trimestre diffusa dall'Istat. Nessun elemento problematico viene modificato dall'ultimo dato – prosegue l'Ufficio Studi - la crescita è inesistente e la ripresa va conteggiata su decimi e centesimi di punto percentuale. Per averne piena contezza è sufficiente confrontare la variazione tendenziale del prodotto italiano rispetto a quelle registrate per l'euro-area e l'Europa a 28: +0,1% rispetto a +1,2% e +1,5%. "Quanto al mercato del lavoro – conclude la nota - le indicazioni sono comunque positive e testimoniano una certa reattività, ancorchè debole, del sistema produttivo. Dopo 10 mesi, infatti, l'occupazione torna a crescere in misura apprezzabile. Ne sono coinvolti i giovani e anche gli indipendenti".

"L'andamento dei prezzi al consumo di aprile è in linea con le attese e conferma attorno all'1% la variazione annua. Il dato dell'ultimo mese è stato, come di consueto in questo periodo, fortemente condizionato da fattori stagionali che hanno inciso in misura significativa sui trasporti ed i servizi ricettivi": è il commento dell'Ufficio Studi di Confcommercio ai dati Istat. "La dinamica dei prezzi rimane, per adesso - continua l'Ufficio Studi - ampiamente sotto controllo, come evidenzia il permanere dell'inflazione di fondo su valori molto contenuti (+0,6% la variazione tendenziale), fattore alla base della stabilizzazione del reddito disponibile reale e della tenuta dei consumi. Sullo stesso fronte va segnalato, come elemento di fragilità prospettica, l'aumento dei corsi delle materie prime petrolifere pari a circa il 40% da inizio 2019 tenendo conto del cambio euro-dollaro. L'eventuale – conclude l'Ufficio Studi - prosecuzione di questo trend potrebbe rimettere in discussione la dinamica dello stesso potere d'acquisto con conseguenze sfavorevoli sulla spesa delle famiglie e, quindi, sul Pil".

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