9/10/2012 00:00:00

Secondo un’analisi dell’Ufficio Studi di Confcommercio gli oneri burocratici sono sempre più gravosi e complessi, ma qualcosa si muove: in 10 anni, per avviare una società in l’Italia il tempo si è ridotto da 23 a 6 giorni.
Il permanere di una burocrazia fiscale impedisce l’armonico sviluppo dell’attività propria delle imprese – creare ricchezza, occupazione e benessere per i suoi stakeholder – colloca il nostro Paese ai primi posti per la complessità burocratica degli adempimenti tributari: le ore dedicate in un anno erano 285 nel 2010, un valore elevato che pone l’Italia al 22° posto della graduatoria, molto distante da Lussemburgo, Irlanda, Estonia e Norvegia dove le ore necessarie sono meno di 100. E’ comunque falso sostenere che nulla sia stato fatto e nulla si faccia per favorire la nascita di nuove imprese. Ne è testimonianza la riduzione del tempo necessario per avviare una società: in 10 anni, per l’Italia si è ridotto da 23 a 6 giorni, grazie alle liberalizzazioni intervenute nel settore del commercio al dettaglio. Oggi sembra però che il problema risieda negli adempimenti burocratici e fiscali dopo che l’impresa sia nata, come evidenziano i dati impietosi della Banca Mondiale. In Italia mediamente sono necessarie 285 ore per gli adempimenti fiscali. Valore che pone il nostro paese in una delle peggiori posizioni nelle classifiche internazionali. Il provvedimento licenziato con decreto legge del Governo qualche giorno fa riguarda l’area delle startup innovative, imprese ad alto potenziale di crescita connotate dal fattore tecnologico sia come input nel processo produttivo sia come obiettivo di business. Esso colma una grave lacuna italiana. Infatti, la previsione di facilitare gli adempimenti burocratici, di ridurre la fiscalità, di seguire con attenzione tutta la vita dell’impresa innovativa, costituiscono azioni ispirate alle migliori pratiche e alle raccomandazioni delle istituzioni internazionali. In Italia sono ben presenti capitale imprenditoriale e capacità di innovazione, elementi che si coniugano con una voglia di fare da cui deve ripartire il paese. Ma questi elementi sono poco valorizzati da un ambiente che sovente guarda con sospetto al rischio imprenditoriale e alla capacità dell’impresa di creare benessere diffuso. Il recente provvedimento sulle startup vuole rimettere al centro proprio l’impresa e il suo portato d’innovazione. La speranza è che certe semplificazioni e incentivi fiscali – conclude il Direttore dell’Ufficio Studi – possano essere estese anche a imprese più tradizionali in quanto l’innovazione può servire anche alla conservazione di valori, tradizioni e business del nostro made and thought in Italy che per lungo tempo hanno portato ricchezza e crescita all’Italia. A fronte del pericolo di interpretare questo decreto nell’unica direzione dell’industria manifatturiera, è necessario affermare ancora una volta che le startup innovative devono progredire anche nell’ambito del terziario avanzato, la cui produttività deve senz’altro crescere rapidamente; e che l’innovazione va promossa anche nelle PMI che costituiscono l’asse portante del sistema delle imprese.
 

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