30/6/2013 00:00:00

Secondo uno studio realizzato da Format Research e commissionato dal Gruppo Euler Hermes (il braccio di Allianz specializzato nell’assicurazione del credito) il 61,4% delle imprese rinuncia a prendere lavoro per il rischio di insolvenza dei clienti. Non solo: l’80% delle aziende che esportano sui mercati extra Ue impiega il 25% dei propri investimenti in strumenti di credit management. Tra questi c’è appunto l’assicurazione dei crediti, come conferma Michele Pignotti, amministratore delegato del gruppo Euler Hermes. «Lo scenario attuale, caratterizzato da un rallentamento dell’attività economica, è fortemente influenzato da una restrizione del credito di natura sia finanziaria che commerciale. La crescita delle insolvenze e dei fallimenti induce a una mancanza di fiducia da parte di chi anticipa liquidità o forniture, facendo avvitare la crisi stessa in una spirale senza fine. Da qui la centralità del ruolo svolto dagli esperti delle finanze dentro le aziende, una figura che – soprattutto nelle imprese più strutturate – si divide in due: il chief financial officer, generalmente un top manager molto simile a un direttore generale, e il credit manager, più votato agli aspetti operativi. Secondo Pierluigi Ascani, presidente di Format Research ed esperto del settore, dal 2008 ad oggi tanto il cfo quanto il credit manager hanno assunto ruoli centrali nella vita delle aziende. «Gestire il credito nelle condizioni odierne significa gestire la liquidità, e quindi avere in mano la leva che garantisce la sopravvivenza dell’impresa. Un’importanza che ormai anche le aziende di piccole e medie dimensioni riconoscono». Enrico Colombo, corporate treasurer della multinazionale Mossi&Ghisolfi, specializzata nella chimica e nell’ingegneria, con un giro d’affari di 3 miliardi di dollari, spiega come funziona all’interno di una grande azienda: «nel nostro caso la gestione dei rischi è una funzione molto complessa. Noi ad esempio abbiamo generalmente in piedi crediti commerciali per un ammontare che tocca i 600 milioni di dollari, l’equivalente di una piccola banca. Questo ci obbliga ad adottare sistemi sofisticati e ad affidarci anche a forme di factoring, quindi cedendo a terzi parte dei crediti». Per il credit manager o il cfo di una grande impresa cambia non solo il modo di affrontare i rischi, ma la natura dei rischi stessi. «Per noi che operiamo tantissimo sui mercati esteri – prosegue Colombo – è fondamentale analizzare le oscillazioni delle valute ma anche i rischi Paese». Questo impegno spesso viene premiato con uno stipendio che generalmente supera la media degli altri manager. Come emerge dal rapporto realizzato da OD&M Consulting, per un’azienda di medie dimensioni la retribuzione dei cfosi aggira intorno agli 82.000 euro, ma sale fino a 107mila nel caso di una grande azienda. Un riconoscimento finanziario che è solo lo specchio di una figura che, proprio negli ultimi anni e con la complicità della crisi economica, ha assunto un’importanza centrale per la vita e in molti casi la sopravvivenza delle aziende.

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