16/7/2013 00:00:00

Secondo uno studio pubblicato da Banca d’Italia i primi due anni di crisi in Italia, il 2008 e il 2009, hanno prodotto un aumento di furti del 6% e una riduzione del 10% dell’attività economica a livello locale. Nessun effetto invece su reati più «organizzati» come le rapine. Gli effetti più evidenti dell’impatto della crisi sull’aumento dei furti emerge nelle zone in cui la forza lavoro è più giovane o dove c’è una prevalenza di piccole imprese, mentre si riducono in maniera significativa nelle aree in cui la criminalità organizzata ha una presenza maggiore e più radicata.
La ricerca fotografa i primi due anni della crisi che ora investe l’Italia, il 2008 e il 2009, utilizzando i data base del Cerved sui bilanci delle imprese nelle diverse realtà locali con le parallele «notizie di reato» comunicate dalla polizia all’autorità giudiziaria in tempo reale. Il lavoro evidenzia l’ «impatto significativo» della crisi sulle tipologie di reato che non richiedono specifiche abilità, come appunto i furti, suggerendo come una certa quantità di azioni criminali «improvvisate» possano essere dettate direttamente dalle difficoltà economiche dei singoli. Di converso, si rileva un impatto «negativo» su altre categorie «in cui appaiono necessarie maggiori competenze criminali», quali le rapine. Non risulta invece alcuna relazione fra la crisi ed i reati a carattere non strettamente economico, come stupri, omicidi o altri crimini violenti. Nelle quattro regioni tradizionalmente caratterizzate dalla presenza della criminalità organizzata (Campania, Calabria, Puglia e Sicilia) il legame fra la riduzione dell’attività economica e l’intensificarsi dei reati ha poi un’evidenza ancora minore, ad indicare come il «monopolio» del crimine detenuto dalle organizzazioni mafiose renda molto più difficile «improvvisare» un’azione illegale, rispetto alle zone dove invece «il controllo del territorio è meno capillare».
 

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