22/3/2014 00:00:00

La seconda sessione della giornata inaugurale del Forum di Confcommercio, dedicata al tema del lavoro, è stata conclusa dal ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Giuliano Poletti. “La relazione tra un lavoratore e la sua impresa non può essere risolta da un magistrato come risultante obbligata di una pena comminata”.

La seconda sessione della giornata inaugurale del forum di Confcommercio è stata dedicata al tema del lavoro che è stata conclusa dal ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Giuliano Poletti. Ad introdurre l’argomento è stata Jole Vernola, Direttore Centrale delle Politiche del Lavoro e Welfare di Confcommercio: “Servono risposte specifiche per il mondo del lavoro ed in particolare per il terziario che è un mondo variegato”. “In Italia – ha aggiunto Vernola – il cuneo fiscale è superiore di oltre 5 punti rispetto a quello della Ue”. “Noi pensiamo che non ci sia una sola risposta per risolvere il problema: dobbiamo usare le leve della regolamentazione e dell’occupazione. L’Italia non ha un problema di flessibilità così grande come spesso viene rappresentato. Dove cresce il contratto a termine, cresce anche quello a tempo indeterminato. C’è una quota di lavoro flessibile che il mercato chiede”. Dunque, secondo Vernola, “bisogna intervenire sul costo del lavoro e sulla regolamentazione. Le normative restrittive hanno già dimostrato di avere dei limiti. Il contratto a termine può senz’altro favorire la crescita dell’occupazione complessiva”. Il secondo intervento, è stato quello di Nicola Rossi dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata. “Quando decidemmo di votare contro i provvedimenti del governo Monti non eravamo tanti. Oggi penso che quelle norme erano irragionevoli e condivido pienamente la scelta del governo di ripristinare dei criteri di flessibilità”. Rossi ha poi osservato come il mercato del lavoro italiano sia il luogo della massima incertezza soprattutto per le imprese. “Bisogna riportare la fisiologia del rapporto di lavoro all’interno del rapporto tra i due contraenti. Noi non ci possiamo scegliere il nostro grado di competitività ma dipende da quello che avviene intorno a noi. Insomma serve un po’ più di codice civile, questo Paese sta morendo di diritti speciali”. “Il contratto collettivo nazionale con una parte economica uguale per tutti – ha concluso Rossi -non sta in piedi”. Maurizio Castro, esperto di relazioni sindacali, ha sottolineato che “bisogna guardare alle esigenze del terziario che sta diventando un settore sempre più fondamentale nella nostra economia”. Per Castro, “bisogna rilanciare il ruolo dell’arbitrato e avere il coraggio di dire che la pluralità di forme contrattuali è un vettore competitivo”. Per Luca Ricolfi, fondatore dell’Osservatorio del Nord Ovest, Università di Torino, ha parlato del Maxi Job: “Per maxi job intendo un contratto a tempo pieno, con una busta paga non inferiore ai 10 mila euro annui, mediante il quale il lavoratore trattiene in busta paga l’80% del costo aziendale e la Pubblica amministrazione incassa il resto, in parte come Irpef (che va allo Stato), in parte come contributi sociali (cha vanno all’Inps)”. “Un contratto, dunque – ha osservato Ricolfi – che permetterebbe a un’azienda di trasferire nelle tasche del lavoratore 10 mila euro l’anno spedendone 12.500 anziché 20 mila, oppure di trasferirne 20 mila spendendone 25.000, anziché 40 mila come nella maggior parte dei contratti vigenti”. “Sono convinto – ha detto Ricolfi – che serva uno shock e la soluzione del cuneo fiscale non mi convince che verrà ridotto quando sarà troppo tardi”. Come detto, le conclusioni sono state affidate al ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Giuliano Poletti. “Ci sono tante grande questioni che ricordano il lavoro e le soluzioni non sono facili. Proverò a spiegarvi qual è la logica con cui questo governo sta affrontando i problemi”. “Questo paese – ha detto Poletti – ha un clamoroso problema di qualità delle regole e di equilibrio delle forze in campo. La nostra legislazione è incerta, temporanea, rapidamente modificata e largamente interpretata. Non essendovi certezza nessuno può programmare nulla che abbia un significato”. “La relazione tra un lavoratore e la sua impresa – ha detto Poletti – non può essere risolta da un magistrato come risultante obbligata di una pena comminata”. “Cerchiamo una soluzione razionale del problema: se funziona la teniamo se no la togliamo”. Poletti ha parlato poi delle dimensioni macro dal punto di vista economico. “Ci sono delle cose di fondo che vanno cambiate, con i piccoli aggiustamenti non si va da nessuna parte”. Secondo Poletti, “c’è un tema che va affrontato in maniera onesta. Perché in Italia c’è un tenace attaccamento alle politiche passive? C’è tanta gente che ha paura della mancanza di strumenti utili sul mercato del lavoro”.
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