12/5/2014 00:00:00

Il calo della produzione industriale di marzo, che porta ad un misero +0,1% (fonte Istat) il risultato del trimestre, smentisce le precedenti previsioni, anche le più prudenti, e fa pensare che la ripresa sia di là da venire. Del resto, pochi giorni prima, l’OCSE aveva rivisto al ribasso le stime di crescita del Pil Italiano con un +0,5%, stima più bassa di quelle della Commissione Europea, +0,6% e del Governo Italiano, +0,8%.
Uscire dal pantano della crisi si dimostra operazione assai complessa, i dati lo testimoniano.

A marzo l’Indicatore dei Consumi Confcommercio (ICC) è sceso del 2,1% in termini tendenziali e dello 0,1% rispetto a febbraio. Il dato, pur influenzato dal diverso periodo in cui è caduta la Pasqua, conferma una situazione dei consumi ancora molto incerta, in linea con la dinamica dell’economia italiana.

Le PMI italiane sono una risorsa per il nostro paese e garantiscono lavoro a 12 milioni di persone, superando l’occupazione offerta dalle grandi imprese tedesche. Eppure queste piccole e medie imprese non sempre riescono ad intercettare il trend della ripresa che si sta facendo sentire in Europa: ciò che occorrerebbe è un significativo abbattimento della pressione fiscale che ormai è a livelli insostenibili, come emerso all’assemblea annuale di R.E TE. Imprese Italia.

Notizie positive giungono da Bankitalia con le “Principali voci dei bilanci bancari”: a marzo si attenua il calo dei prestiti rispetto al mese precedente e rallenta la crescita delle sofferenze. In lieve calo anche i tassi sui mutui.

Come sempre sono di particolare interesse gli studi sulla questione lavoro. L’Istat rivela che, anche a causa della crisi di questi ultimi anni, sono diminuite in Italia le ore settimanali lavorate mediamente che da 38 arrivano a 36. Ed è sempre più diffuso il part time, spesso involontario, anche fra gli uomini, ben 742mila unità, circa il doppio rispetto a cinque anni fa.

Non può non essere fonte di riflessione lo studio, dell’economista Fmi Andrew Tiffin secondo il quale il costo del lavoro è “sempre meno importante” per la competitività globale delle imprese italiane mentre, per dare competitività alle aziende, occorrono sempre più sforzi per applicare riforme strutturali al fine di innovare ed espandere le dimensioni d’impresa: c’è un “gap di competitività” dell’Italia contro i principali competitor europei che hanno introdotto misure strutturali.

 

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