24/7/2014 00:00:00

L’economia globale sta ritrovando slancio grazie agli USA e ad alcuni mercati emergenti. Nell’Eurozona, invece, la ripresa appena partita è già in affanno. In Italia non è nemmeno ancora cominciata. L’economia USA, grazie alla corretta sequenza e al pragmatismo delle politiche, si è instradata su un sentiero di solida espansione ed è ben oltre i picchi pre-crisi. L’India si è rimessa a marciare più speditamente (non altrettanto Russia e Brasile); la Cina ha sfornato nel 2° trimestre molti numeri migliori che nel 1° e, pur non tornando ai ritmi passati, ha acquisito una stazza tale da dare un forte contributo alla domanda internazionale. Il buco nero della crescita mondiale è rappresentato dall’Eurozona, dove i divari nelle performance sono sempre meno sostenibili e la lista dei paesi che stentano a ritrovare il rilancio va ben oltre i soliti noti. È sempre più palese la contraddizione tra una BCE che fa tutto quel che può per contrastare la minaccia di deflazione e tutte le altre politiche che verso la deflazione spingono, sia come meccanismo di aggiustamento degli squilibri competitivi sia come conseguenza delle simultanee restrizioni dei bilanci pubblici. Più che la flessibilità, che è carente nella fase (cruciale per le aspettative) di impostazione delle misure correttive, manca la simmetria; il disordine nei conti c’è anche con un eccessivo surplus, come in Germania, negli scambi con l’estero (nei quali non c’è nessun campionato del mondo da vincere). L’Italia era in crisi prima della crisi e continua a esserlo. Gli ultimi dati confermano le stime CSC di dinamica piatta del PIL nel 2014. L’attenzione, ora, è rivolta al 2015, il cui risultato va costruito nella seconda metà di quest’anno. Partendo da fermi l’impresa è più difficile, ma non impossibile se si agisce in prima battuta sul credito, sulla competitività e sugli investimenti pubblici. E se si lavora con ancor più lena sui molti fronti delle riforme, per restituire fiducia alle famiglie e alle imprese.

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