28/7/2014 00:00:00

I più recenti, seppur lievi, segnali positivi e il clima di fiducia delle imprese che torna lentamente a crescere non sono ancora sufficienti a contrastare gli effetti e la portata della crisi che si protrae da anni e nella quale siamo tutt’ora impantanati. E come ha sostenuto Pierluigi Ascani, presidente di Format Research in una recente intervista al Tg3, commentando i dati sull’osservatorio Confcommercio FVG, “gli imprenditori vogliono uscire dalla crisi, vogliono credere e fanno la loro parte: lo manifestano con gli atteggiamenti di ogni giorno aumentando la quota di coloro che chiedono credito alle banche. Non corrisponde a tutto questo un reale miglioramento degli indicatori fondamentali”.

A maggio 2014, secondo dati Istat, l’indice destagionalizzato delle vendite al dettaglio registra una diminuzione rispetto al mese precedente (-0,7%) e secondo il Centro Studi Confcommercio questo “è un dato che evidenzia le difficoltà della domanda per consumi e rende più fragile e incerta la ripresa dell’economia italiana”.

Già lo aveva fatto la Banca d’Italia la settimana scorsa, come si può vedere nella precedente newsletter, ed adesso anche il FMI rivede al ribasso le stime del Pil italiano con uno 0,3% contro il precedente 0,6%. Segni evidenti di una ripresa che continua a stentare, e confermati dai dati Istat sul commercio estero (le esportazioni sono in contrazione: -4,3%) e soprattutto del fatturato dell’industria che diminuisce dell’1%.

Una situazione così complessa avrebbe bisogno di riforme economiche importanti che tendano a favorire il mondo produttivo attraverso la semplificazione delle norme e un fisco più equo. Eppure proprio il fisco, sottolinea lo Svimez nell’ultimo numero della Rivista Economica del Mezzogiorno, divide l’Italia in due con un andamento della pressione fiscale che penalizza le zone più povere del paese: al nord ici/imu crollano del 39%, al sud dell’1,1% così al Sud si paga di più per avere di meno.
 

 

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