19/11/2014 00:00:00

I provvedimenti per il contenimento del disavanzo pubblico adottati nell’ultimo quinquennio hanno prodotto riduzioni di spesa che hanno inciso in misura diversa a seconda dei livelli di governo delle amministrazioni pubbliche.
Il consolidamento della finanza pubblica è un processo che è iniziato da alcuni anni nel solco di una politica economica che ha fatto della revisione della spesa uno dei suoi obiettivi. Anche per quanto riguarda il prossimo futuro, la legge di stabilità per il 2015, attualmente in discussione in Parlamento, contiene, tra le altre, una nuova proposta di revisione della spesa che impatterà anche le Regioni e gli altri enti locali.
Si tratta di un processo non nuovo che sta interessando già da tempo l’entità e le modalità di finanziamento della spesa pubblica e per cui una visione di medio periodo consente una visione più organica. A questo scopo hanno contribuito per esempio i risultati della Commissione tecnica paritetica per l’attuazione del federalismo fiscale (Copaff), che su incarico del governo, ha analizzato per livello amministrativo l’effettiva entità e la ripartizione delle misure di consolidamento disposte dalle manovre di finanza pubblica nel periodo 2008-2013. In questa analisi sono stati considerati i principali provvedimenti destinati a produrre effetti finanziari sulle amministrazioni pubbliche, sia dal lato delle spese sia da quello delle entrate. In particolare i provvedimenti esaminati sono stati 20 facendo emergere come gli interventi abbiano avuto effetti rilevanti sui bilanci delle amministrazioni pubbliche sia in termini di variazione netta delle principali componenti di entrata e di uscita, sia di riallocazione delle risorse tra i diversi livelli di governo. Per ciascun livello o aggregato di enti l’effetto è espresso in termini di indebitamento netto del conto consolidato ed è scomposto tra riduzione di spese (corrente e in conto capitale) e aumento di entrate.

I provvedimenti esaminati hanno prodotto complessivamente nel periodo 2008-2013 una riduzione dell’indebitamento netto complessivo della PA di quasi 123 miliardi di euro, come effetto congiunto di una riduzione di spesa di oltre 67 miliardi e di un aumento di entrate di quasi 56 miliardi di euro. Mentre l’incremento delle entrate è stato registrato per la quasi totalità a favore dell’amministrazione centrale, i tagli delle spese risultano gravare per quasi la metà sull’amministrazione locale (32 miliardi di euro), un contributo più che proporzionale al peso di questa sulla spesa pubblica complessiva. Si tratta peraltro di provvedimenti fino ad ora più efficaci nella riduzione dei finanziamenti (patto di stabilità interno, tagli dei trasferimenti destinati agli enti territoriali, limiti e tetti a certe tipologie di spesa) rispetto ad interventi sui costi dei consumi, che invece ispiravano l’impianto del federalismo fiscale. In particolare la riduzione della spesa ammonta a 25 miliardi di euro di parte corrente e 7 miliardi di euro in conto capitale. Anche per via di un maggior grado di “aggredibilità” delle spese relative, il contributo più consistente tra gli enti locali arriva in particolare dalle Regioni, che hanno fornito circa il 20% dei risparmi (12% di parte corrente e 8% in conto capitale), a cui seguono gli Enti sanitari locali e i Comuni con una riduzione di spesa pari rispettivamente a 8 e 7 miliardi di euro. L’amministrazione centrale ha contribuito per poco più di un terzo ai tagli (circa 24 miliardi di euro) con una riduzione che ha privilegiato la componente in conto capitale.
Gli ultimi cinque anni hanno visto in sintesi una graduale redistribuzione delle quote di spesa pubblica fra i diversi livelli di governo e in particolare un indebolimento della quota imputabile alle amministrazioni periferiche. Dal punto di vista politico il richiamo naturale è legato al destino della riforma del federalismo fiscale che, dopo essere stata a lungo al centro del dibattito nel corso dell’ultimo ventennio, accusa attualmente una notevole perdita di appeal. La Corte dei Conti nella sua “Relazione sugli andamenti della finanza territoriale” fa notare che, sebbene siano stati adottati i decreti legislativi attuativi della legge delega del 5 maggio 2009 n. 42 in materia di federalismo fiscale, è da ritenere che il percorso attuativo prefigurato dalla riforma sia da considerare abbandonato. Oltre ai già illustrati tagli ai trasferimenti erariali, apparentemente lontani da una logica di fiscalizzazione delle risorse, depongono in tal senso anche le incertezze del quadro normativo legate all’annunciata riforma del Titolo V della Costituzione, l’aumento disorganico delle aliquote tributarie in contrasto con l’obiettivo di invarianza della pressione fiscale complessiva a seguito del riordino e, infine, la sostanziale inefficacia delle politiche di riequilibrio economico e sociale tra le diverse aree del paese, da cui dipendeva la determinazione dei fabbisogni standard e delle relative fonti di finanziamento.
 

 

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