A luglio, scrive l’Istat, il clima di fiducia delle imprese migliora per il secondo mese consecutivo, pur rimanendo ancora distante dai livelli precedenti l’emergenza sanitaria. La crescita, diffusa a tutti i settori, è più marcata per i servizi. Peraltro, i livelli raggiunti dagli indici rimangono storicamente contenuti ad eccezione delle costruzioni, dove l’indice torna a collocarsi sui livelli storicamente elevati registrati all’inizio del 2018. L’indice della fiducia dei consumatori, invece, dopo il recupero mostrato nel mese di giugno 2020, registra una lieve flessione, determinata dalla diminuzione del clima economico e di quello futuro.

 

E i timori per la crisi economica innescata dalla pandemia da coronavirus inducono le persone e le famiglie a risparmiare piuttosto che a spendere, cosa si rifletterà inevitabilmente anche sui saldi estivi. Stima Confcommercio che quest’anno per l’acquisto di capi scontati ogni famiglia spenderà oltre il 40% in meno e in media 135 euro, meno di 60 euro pro capite, per un valore complessivo intorno ai 2,1 miliardi di euro. Del resto, come mostrano anche i dati sulla fiducia, permane nel nostro paese un clima di marcata incertezza.

Nella Congiuntura flash l’Ufficio studi Confindustria riporta che in Italia, nonostante il rimbalzo, la risalita è incompleta e l’attività ancora compressa: la domanda interna è fredda, l’export in parziale risalita, il mercato del lavoro debole

Fondamentale è la questione lavoro. L’Inps, nell’ultimo Osservatorio sul precariato, ha mostrato come le assunzioni nel settore privato nel primo quadrimestre del 2020 sono state 1.493.286, diminuendo rispetto allo stesso periodo del 2019 la contrazione è stata molto forte, del -39%,  e ad aprile del -83%. Ciò per effetto dell’emergenza legata alla pandemia Covid-19 e le conseguenti restrizioni (obbligo di chiusura delle attività non essenziali) nonché per la più generale caduta della produzione e dei consumi. Tutte le tipologie contrattuali sono state interessate.

La questione lavoro sta dunque continuando ad essere sempre più grave e, anche per questo, il Governo sta pensando, per il decreto previsto per i primi di agosto misure ad hoc per incentivare la stipula di contratti a tempo indeterminato con sostanziosi esoneri contributivi, il 100% per sei mesi da riconoscere a tutte quelle aziende che assumono (o trasformano) a tempo indeterminato. (Vedi QUI)

Ben vengano gli incentivi, specie in questo momento cosi difficile della nostra storia, ma occorre tenere ben presente anche altri fattori per migliorare l’occupazione in Italia e, in tal senso, un’indicazione ben precisa arriva dall’Istat con il report Livelli di istruzione e ritorni occupazionali. In Italia, la quota di popolazione con titolo di studio terziario continua a essere molto bassa: il 19,6% contro il 33,2% dell’Ue. Appare chiara la correlazione tra lavoro e una buona istruzione: la percentuale di occupazione dei 30-34enni laureati in Italia è del 78,9%, di quasi dieci punti inferiore a quella europea dell’87,7%, ma più che doppia rispetto al tasso di occupazione dei 18-24enni che abbandonano precocemente gli studi e comunque di quasi 10 punti più elevato rispetto a quello dei diplomati. Nel Mezzogiorno ci sono livelli inferiori di istruzione e occupazione rispetto al meridione, ma il titolo di studio superiore garantisce comunque molte più possibilità.

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