24 Aprile 2021 – Ad Avvenire il presidente di Confcommercio sottolinea che “le imprese sono collaborative, ma non reggono oltre. Bisogna rafforzare di più i controlli”. “Necessari interventi sui costi fissi, i nuovi ammortizzatori siano sostenibili”.

Carlo Sangalli, presidente di Confcommercio, come valuta il decreto aperture?

Sembrava un passo in avanti. Ma non c’è stato. Anzi, registriamo alcune retromarce fortemente penalizzanti. Ad esempio è grave che sia venuto meno – all’ultimo momento – il via, dal 15 maggio ed in zona gialla, a tutti i negozi presenti nei centri e nelle gallerie commerciali anche nei giorni festivi e prefestivi. Un’altra doccia fredda, soprattutto perché frena la programmazione. Per questo, insieme alle altre associazioni di categoria, chiediamo un incontro urgente al governo.

Quali altri punti non vanno?

Le aperture dal 26, in zona gialla, soltanto all’aperto. Comprendiamo le cautele, ma sono una limitazione che penalizza più del 46% dei bar e ristoranti italiani, privi di spazi all’aperto, mentre magari hanno spazi chiusi anche ampi. E la percentuale cresce di molto nei centri storici. È significativa, al riguardo, la richiesta unitaria delle Regioni di un incontro con Draghi. Ribadiamo, dunque, con forza la nostra richiesta: bisogna fare di più per riaprire in sicurezza.

Facile a dirsi…

Bisogna farlo con tutta l’attenzione necessaria ai protocolli sanitari, perché anche noi ci preoccupiamo per i dati di contagi e ricoveri, e con più efficacia nei controlli. Ma bisogna fare di più per un cronoprogramma davvero serrato.

E il coprifuoco alle 22?

Noi siamo collaborativi. Ma ci pare una scelta incomprensibile, non giustificata da plausibili motivi sanitari, un’altra penalizzazione. È assolutamente ragionevole la richiesta di spostarlo alle 23.

Le imprese non ce la fanno più?

Sì. Un punto è chiaro: non reggono oltre. Hanno sulle spalle il macigno di un crollo dei consumi che, nel 2020, è stato di circa 129 miliardi di euro. E la prospettiva di 300mi1a chiusure di imprese del terziario e di 200mila partite Iva in meno che si fa ogni giorno più concreta. È un bilancio drammatico per il mondo imprenditoriale che rappresentiamo, in particolare per la ristorazione e tutta la filiera turistica che ha registrato una perdita di valore della produzione pari a circa 100 miliardi. Senza dimenticare, naturalmente, l’abbigliamento, l’ambulantato, i trasporti e tutto il comparto della cultura e del tempo libero. …

Eugenio Fatigante Da Avvenire del 24 aprile 2021

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