14 Maggio 2021 –

È stata presentata questa mattina la ricerca dal titolo “Clima di fiducia e congiuntura economica delle imprese del terziario Bergamo” realizzata da Format Research per conto di Ascom Confcommercio Bergamo. L’Osservatorio sul terziario delle imprese di Bergamo è basato su un’indagine continuativa, a cadenza semestrale, effettuata su un campione statisticamente rappresentativo dell’universo delle imprese del terziario (commercio, turismo e servizi) della provincia di Bergamo (n. 700 interviste a buon fine ogni semestre).
L’obiettivo dell’indagine è quello di rilevare, descrivere e analizzare il clima di fiducia (sentiment), l’andamento dell’impresa e i livelli di occupazione delle imprese del terziario di Bergamo sia a livello congiunturale (ultimi sei mesi rispetto ai sei mesi precedenti) sia a livello prospettico (situazione nei sei mesi successivi alla rilevazione rispetto ai sei mesi precedenti).

Clima di fiducia delle imprese bergamasche
Il clima di fiducia nell’economia italiana delle imprese di Bergamo del terziario è a quota 20%, in leggero aumento (+1%) rispetto al II semestre 2020 e nettamente sopra quello nazionale che è al 13%. La previsione basata sul proseguo della campagna vaccinale ci porta al 25% entro fine anno. Siamo ancora nettamente al di sotto del clima prima della pandemia che era pari al 42%-52% rispetto al 2019.
Il clima è pesantemente influenzato dal sentiment delle imprese del turismo le cui aspettative sono ferme al palo, con un indice del 12% addirittura in peggioramento all’11% entro fine anno, e in particolare per le microimprese di 1 addetto e le piccole fino a 5 addetti che nelle aspettative restano nettamente sotto media. È invece in miglioramento il sentiment per l’andamento della propria impresa che risale al 30% (+3% rispetto al secondo semestre 2020 e +6% rispetto al dato nazionale). Le previsioni a fine anno, inoltre, danno un ulteriore recupero al 35%.
Entrando nel merito dei singoli settori si nota che mentre i servizi hanno praticamente recuperato la perdita (38% con proeizione a fine anno al 44%), il commercio è in recupero (32% e 37% a fine anno), mentre restano pessime, 16% e 24%, le aspettative sulla ripresa della propria impresa nel settore del turismo.

“La politica portata avanti dal Governo e fatta di annunci contrastanti non è stata apprezzata – sottolinea Giovanni Zambonelli, presidente di Ascom Confcommercio Bergamo – . Il green pass italiano annunciato non è diventato ancora realtà, mentre restano diversi snodi cruciali come il coprifuoco, la quarantena per i turisti e il servizio al tavolo e al banco all’interno dei ristoranti e dei pubblici esercizi. Per questo solo il recupero della libertà di azione e quindi della mobilità potrà dare fiato al turismo e, indirettamente, al commercio”.

Consumi in Italia
In consumi sono ancora in affanno. Il primo trimestre 2021 ha registrato un calo del 6% rispetto al primo trimestre 2020 dove la perdita dei consumi era stata dell’11% rispetto all’analogo trimestre del 2019. Anche se più contenuto, siamo, quindi, di fronte ancora a un calo con la nota positiva che arriva dal mese di marzo in cui si è registrato un recupero del 20% rispetto allo stesso mese del 2020 di primo lockdown. Il 2020 ha registrato un calo del consumo di servizi del 30% e dei beni dell’8%. A pagare sono soprattutto i servizi ricreativi (-78%) e ricettivi (-53%) ma anche dell’abbigliamento (-24%), contro un aumento dei beni alimentari del 2%. Il dato provinciale può essere ritenuto in linea con quello nazionale.

Ricavi delle imprese bergamasche
L’indicatore dell’andamento dei ricavi delle imprese del terziario orobico è in miglioramento al 31%, siglando un + 5% rispetto al secondo semestre 2020 e + 8% rispetto al dato nazionale. Le previsioni danno un aumento ulteriore al 36% a fine anno. Anche in questo caso, mentre il recupero è deciso nel settore dei servizi (37% con proiezione a fine anno a 45%), e in parte nel commercio (32% con proiezione a fine anno a 38%), resta debolissimo il turismo con un indice al 15% e un recupero al 25% a fine anno. Riguardo alla dimensione di impresa, nell’indice dei ricavi restano pesantemente sotto media le micro e le piccole da 2 a 5 addetti e da 6 a 9 addetti, mentre il recupero è marcato in quella di grandi dimensioni.

“Rispetto a prima della pandemia, ovvero al secondo semestre 2019 dove l’indice era al 52%, siamo al 40,4%. È il segnale che la ripresa c’è ma dal baratro nel quale siamo crollati la salita sarà lenta e pesante – sottolinea Oscar Fusini, direttore di Ascom Confcommercio Bergamo -. Sui ricavi il recupero proseguirà ma sarà più lento del previsto e, secondo questa tendenza, le aspettative per il recupero dell’indice di ricavi non arriverà prima della metà del 2023, augurandoci di non dover più subire restrizioni nei prossimi mesi”.

Andamento occupazione
Grazie al blocco dei licenziamenti, l’indice sull’occupazione ha perso molto meno degli altri, almeno per ora. Sebbene l’indice sia 11 punti sotto quello del secondo semestre 2019, il valore è a 40 (+1% rispetto al secondo semestre 2020 e + 12 rispetto all’indice nazionale) ma le previsioni a fine anno danno una perdita di ulteriore 3 punti. Il settore dei servizi è al 45% e senza previsioni di peggioramento, quasi come prima della pandemia, il commercio in media a 40, sostenuto dal settore alimentare che è cresciuto, mentre il turismo è a 28 e in previsione al 24% a fine anno. A pagare sono soprattutto le imprese da 2 a 5 addetti, nettamente sotto media. L’impatto dello sblocco dei licenziamenti avrà un effetto pesante nella nostra provincia. Le imprese bergamasche del terziario prevedono di perdere in media il 17% della forza lavoro con punte del 24% nel turismo. L’impatto sarà più contenuto nel commercio (-15%) e nei servizi (-11%).
In termini numerici, i pesi cambiano perché si stimano licenziamenti di circa 2.500 lavoratori nel comparto turismo, circa 6.000 nel commercio e, al netto dei lavoratori pubblici e dei servizi alle persone, di circa altre 3.000 persone nei servizi. L’impatto sarà quindi pesante con quasi 12.000 dipendenti fissi che rischiano di perdere il posto di lavoro. Inoltre, il blocco dei licenziamenti, se da un lato ha salvaguardato il personale dipendente e la difesa delle competenze in azienda, dall’altro ha creato due problemi: quello più sentito dalla imprese (87,3%) ha riguardato l’impossibilità di poter diminuire i costi aziendali, l’altro (12,7%) l’impossibilità di sostituire il personale con figure necessarie.

“Ora il Governo deve prendere una delle due direzioni: mantenere o togliere il divieto di licenziamento – spiega Enrico Betti, responsabile area Politiche del lavoro Ascom Confcommercio Bergamo -. La scelta non è semplice: togliere il divieto significa risparmiare soldi pubblici e costi alle imprese ma far perdere il lavoro a molte persone e disperdere le competenze aziendali, necessarie per la ripresa. Allungare ulteriormente il termine, già fissato al 30 giugno o al 31 ottobre a seconda della categoria, significa ingessare il mercato. La nostra posizione è di trovare soluzioni diverse in base al settore e alle condizioni dell’impresa. Pubblici esercizi e ristorazione, ad esempio, prevedono una ripartenza più veloce rispetto al turismo e quindi eliminare il blocco dei licenziamenti potrebbe dare dinamicità al settore. Viceversa, per il comparto ricettivo occorrerà stanziare ulteriori fondi per gli ammortizzatori sociali. Ad ogni modo, per salvare l’occupazione il Governo dovrebbe stanziare sgravi fiscali per le imprese che mantengono i posti di lavoro già in essere più che bonus per le nuove assunzioni. Sgravi che siano proporzionali alla perdita di fatturato e che si esauriscono con il recupero delle vendite”.

Chiusura delle imprese
Il 13,8% delle imprese ha dichiarato che resterà aperta senza difficoltà mentre il 54,6% con qualche difficoltà. Solo il 2,8% ha dichiarato che chiuderà l’attività nel corso dell’anno mentre a preoccupare ulteriormente sono il 28,8% degli intervistati che ha dichiarato di restare aperti seppur con molte difficoltà o di dover diminuire o eliminare parte dell’attività. Ne deriva che oltre un terzo delle imprese del terziario bergamasco, pari a 7.580 imprese, resta a forte rischio di chiusura e, con esso, circa 10.000 persone tra titolari e coadiuvanti.

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