7 aprile 2022

Il Rapporto sulla competitività dei settori produttivi, giunto alla decima edizione, fornisce un quadro informativo dettagliato e tempestivo sulla struttura, la performance e la dinamica del sistema produttivo italiano. Si tratta di un prodotto digitale composto da un e-book e da un’appendice statistica di indicatori settoriali scaricabili dal sito istituzionale Istat.

Dal capitolo primo: IL QUADRO MACROECONOMICO

  •   Secondo le più recenti stime del Fondo monetario internazionale nel 2021 il Pil globale è cresciuto del 5,9% (-3,1% nel 2020), con un rallentamento nella parte finale dell’anno dovuto alle crescenti difficoltà di approvvigionamento di input produttivi, alle nuove misure di contenimento della pandemia e all’aumento dei prezzi delle materie prime.
  •   La fase di ripresa globale è stata caratterizzata da un particolare dinamismo del commercio mondiale: nel 2021 gli scambi di merci in volume sono cresciuti del 10,3%, un valore decisamente superiore a quelli del periodo pre-COVID.
  •   Il petrolio ha superato i livelli pre-pandemia già nella seconda metà del 2021; in media d’anno il prezzo del Brent è stato pari a 70,8 dollari al barile (64,3 dollari nel 2019 e 42 dollari nel 2020). Nei primi mesi del 2022, le quotazioni hanno registrato picchi superiori a 130 dollari nei primi giorni di marzo, rientrati intorno alla metà del mese.
  •   La Cina, unico tra i principali paesi a registrare nel 2020 un tasso di crescita positivo del Pil (+2,3%), nel 2021 ha segnato la performance economica migliore a livello internazionale (+8,1%). Il Pil statunitense ha segnato un incremento annuo complessivo del 5,7%.
  •   L’espansione del Pil dell’Area euro ha decelerato significativamente nel quarto trimestre, portando la crescita media annua al 5,2%. Tra le principali economie europee, solo Francia e Italia hanno mantenuto una dinamica di espansione lungo tutto l’arco dell’anno, e solo la Francia ha recuperato i livelli del Pil del quarto trimestre 2019.
  •   Con la ripresa del 2021 (+6,6% in media d’anno), il Pil italiano misurato in volume si è sostanzialmente riportato sui livelli di fine 2019: nell’ultimo trimestre il gap è dello 0,3%.
  •   La ripresa in Italia ha visto un parziale recupero del volume degli investimenti fissi lordi (+11,1% a fine 2021 rispetto al 2019), in forte caduta nel decennio precedente (circa -20% rispetto al 2007; circa +20% in Germania, circa +10% in Francia).
  •   Nel corso del 2021 la performance delle esportazioni italiane in valore è stata migliore sia di quella dell’Area euro (18,2% contro il 17,1%), sia di quelle di Germania e Francia (rispettivamente +14,1% e +15,9%). Ne è derivata una tenuta delle quote di mercato in valore dell’Italia nei dieci principali mercati di destinazione dell’export (che assorbono oltre il 60% del valore complessivo delle vendite italiane all’estero), con lievi aumenti in Germania, Spagna, Paesi bassi e Cina..
  •   In termini di valore, la performance dell’export italiano è stata migliore di quella dell’Area euro nei mercati extra-Ue (+16% e +12,6% rispettivamente), di entità simile nel mercato Ue (+20% circa). Se misurate in volume, invece, emerge un’ottima performance delle vendite sui mercati Ue, con un recupero dei livelli pre-crisi per alcune importanti tipologie di prodotti, in particolare le forniture industriali e i beni strumentali.
  •   Nel 2021 la forte risalita dei prezzi dell’input è stata parzialmente compensata da una lieve flessione del costo del lavoro; la diminuzione dei margini di profitto (-1,2%), più accentuata nel comparto dei servizi, ha rallentato la crescita dei prezzi dell’output (+4,3% in termini di deflatore).
  •   Il forte aumento dei costi e la ripresa della domanda hanno sospinto verso l’alto i prezzi alla produzione. Nella manifattura la crescita media dei prezzi sul mercato interno italiano (+6,9%) è risultata poco più accentuata che in Germania (+5,8%) e in Francia (+6,3%), ma molto meno marcata rispetto alla Spagna (+10,1%).
  •   I prezzi praticati sul mercato estero sono invece saliti più in Italia (+4,9%) che in Germania (+4,3%), ma meno che in Francia (+5,0%) e Spagna (+6,7%). Le forti correzioni dei listini non sembrano dunque aver inciso, in questa fase, in misura rilevante sulla competitività dell’Italia nei confronti dei principali partner dell’Area euro.
  •   Il recupero dell’input di lavoro è avvenuto principalmente tramite una crescita delle ore lavorate pro-capite e solo in parte si è trasformato in aumento delle posizioni lavorative. Il monte-ore complessivo (+8% nel 2021) è tuttavia ancora inferiore del 4,1% rispetto al 2019.
  •   La ripresa della dinamica occupazionale ha riguardato in modo pressoché esclusivo la componente di lavoro dipendente (+1,6% nel 2021), mentre l’occupazione indipendente si è ridotta del 2,9%, accentuando una tendenza negativa già in atto.
  •   La positiva dinamica dell’occupazione dipendente trova riscontro da un lato nelle posizioni lavorative del sistema delle imprese, aumentate nel 2021 del 3,2%; dall’altro nell’andamento crescente dei posti di lavoro vacanti segnalati dalle imprese, sia nell’industria in senso stretto (dallo 0,9% della fine 2020 all’1,6% del quarto trimestre 2021), sia nei servizi di mercato (dall’1,0 al 2,0%).
  •   Nel 2021 è significativamente aumentata la quota di imprese che segnalano difficoltà nel reperimento della manodopera, sia nella manifattura (dall’1,4 al 6,1%), sia nei servizi di mercato (dal 3,2 al 12,8%).
  •   Nei primi due mesi del 2022, prima quindi dello scoppio del conflitto tra Russia e Ucraina, l’andamento dei climi di fiducia delle imprese è stato ancora favorevole, con indicazioni tipiche di una fase espansiva per quanto riguarda il grado di utilizzo della capacità produttiva, gli ordinativi, gli ostacoli dovuti a carenza di domanda.
  •   Gli indicatori qualitativi sulla capacità utilizzata, gli ordini e la disponibilità finanziaria lasciavano ipotizzare un’ulteriore espansione degli investimenti; altrettanto positivo era il ruolo di stimolo della domanda estera.
  •   Il marcato rialzo dell’inflazione (+6,2% a febbraio l’aumento dell’indice armonizzato dei prezzi al consumo) rappresenta il principale fattore di freno: l’entità dell’impatto su redditi e consumi, sulla domanda aggregata e sulla competitività delle imprese dipenderà dall’intensità e dalla tempistica con cui gli impulsi si trasmetteranno sui prezzi finali.

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